Pagina:Iliade (Monti).djvu/226

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v.184 libro nono 215

Ho di tre figlie nella reggia il fiore,
Crisotemi, Laódice, Ifianassa.185
Qual più d’esse il talenta a sposa ei prenda
Senza dotarla, ed a Peléo la meni.
Doterolla io medesmo, e di tal dote
Qual non s’ebbe giammai altra donzella:
Sette città, Cardamile ed Enópe,190
Le liete di bei prati Ira ed Antéa,
L’inclita Fere, Epéa la bella, e Pédaso
D’alme viti feconda: elle son poste
Tutte quante sul mar verso il confine
Dell’arenosa Pilo, e dense tutte195
Di cittadini che di greggi e mandre
Ricchissimi, co’ doni al par d’un Dio
L’onoreranno, e di tributi opimi
Faran bello il suo scettro. Ecco di quanto
Gli farò dono se depor vuol l’ira.200
Placar si lasci: inesorato è il solo
Pluto, e per questo il più abborrito iddio.
Rammenti ancora che di grado e d’anni
Io gli vo sopra; lo rammenti, e ceda.
   Potentissimo Atride Agamennóne,205
Riprese il veglio cavalier, pregiati
Sono i doni che appresti al re Pelíde.
Senza dunque indugiar alla sua tenda
Si mandino i legati. Io stesso, o sire,
Li nomerò, nè alcun mi fia ritroso:210
Primamente Fenice, al sommo Giove
Carissimo mortale, e capo ei sia
Dell’imbasciata. Il seguirà col grande
Aiace il divo Ulisse, e degli araldi
N’andran Hodio ed Euríbate. Frattanto215
Date l’acqua alle mani, e comandate