Pagina:Iliade (Monti).djvu/228

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v.251 libro nono 217

Di Menézio il buon figlio, e lor porgendo
Il Pelíde la man, Salvete, ei dice,
Voi mi giungete assai graditi: al certo
Vi trae grand’uopo: benchè irato, io v’amo
Sovra tutti gli Achei. - Così dicendo,255
Dentro la tenda interïor li guida,
In alti scanni fa sederli sopra
Porporini tappeti, ed a Patróclo
Che accanto gli venía, Recami, disse,
O mio diletto, il mio maggior cratere,260
E mesci del più puro, ed apparecchia
Il suo nappo a ciascun: sotto il mio tetto
Oggi entrâr generose anime care.
   Disse; e Patróclo del suo dolce amico
Alla voce obbedì. Su l’ignee vampe265
Concavo bronzo di gran seno ei pose,
E dentro vi tuffò di pecorella
E di scelta capretta i lombi opimi
Con esso il pingue saporoso tergo
Di saginato porco. Intenerite270
Così le carni, Automedonte in alto
Le sollevava; e con forbito acciaro
Acconciamente le incidea lo stesso
Divino Achille, e le infiggea ne’ spiedi.
Destava intanto un grande foco il figlio275
Di Menézio, e conversi in viva bragia
I crepitanti rami, e già del tutto
Queta la fiamma, delle brage ei fece
Ardente un letto, e gli schidion vi stese;
Del sacro sal gli asperse, e tolte alfine280
Dagli alari le carni abbrustolate
Sul desco le posò; prese di pani
Un nitido canestro, e su la mensa
Distribuilli; ma le apposte dapi