Pagina:Iliade (Monti).djvu/238

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v.591 libro nono 227

Carco allor della sacra ira del padre,
Non mi sofferse il cor di più restarmi
Nelle case paterne. E servi e amici
E congiunti mi fean con caldi preghi
Dolce ritegno, ed in allegre mense595
Stornar volendo il mio pensier, si diero
A far macco d’agnelle e di torelli,
A rosolar sul foco i saginati
Lombi suíni, a tracannar del veglio
L’anfore in serbo. Nove notti al fianco600
Mi fur essi così con veglie alterne
E con perpetui fuochi, un sotto il portico
Del ben chiuso cortil, l’altro alle soglie
Della mia stanza nell’andron. Ma quando
Della decima notte il buio venne,605
L’uscio sconfissi, e della stanza evaso
Varcai d’un salto della corte il muro,
Nè de’ custodi alcun nè dell’ancelle
Di mia fuga s’avvide. Errai gran pezza
Per l’ellade contrada, e giunto ai campi610
Della feconda pecorosa Ftia,
Trassi al cospetto di Peléo. M’accolse
Lietamente il buon sire, e mi dilesse
Come un padre il figliuol ch’unico in largo
Aver gli nasca nell’età canuta:615
E di popolo molto e di molt’oro
Fattomi ricco, l’ultimo confine
Di Ftia mi diede ad abitar, commesso
De’ Dolopi il governo alla mia cura.
Son io, divino Achille, io mi son quegli620
Che ti crebbi qual sei, che caramente
T’amai; nè tu volevi bambinello
Ir con altri alla mensa, nè vivanda
Domestica gustar, ov’io non pria