Pagina:Iliade (Monti).djvu/251

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240 iliade v.81

Chiama del padre e della stirpe, a tutti
Largo ti mostra d’onoranze, e poni
L’alterezza in obblío. Prendiam con gli altri
Parte noi stessi alla comun fatica,
Perchè Giove noi pur fin dalla cuna,85
Benchè regi, gravò d’alte sventure.
   Così dicendo, in via mise il fratello
Di tutto l’uopo ammaestrato; ed esso
A Nestore avvïossi. Ritrovollo
Davanti alla sua nave entro la tenda90
Corco in morbido letto. A sè vicine
Armi diverse avea, lo scudo e due
Lungh’aste e il lucid’elmo; e non lontana
Giacea di vario lavorío la cinta,
Di che il buon veglio si fasciava il fianco95
Quando a battaglie sanguinose armato
Le sue schiere movea; chè non ancora
Alla triste vecchiezza egli perdona.
   All’apparir d’Atride erto ei rizzossi
Sul cubito, e levata alto la fronte,100
L’interrogò dicendo: E chi sei tu
Che pel campo ne vieni a queste navi
Così soletto per la notte oscura,
Mentre gli altri mortali han tregua e sonno?
Forse alcun de’ veglianti o de’ compagni105
Vai rintracciando? Parla, e taciturno
Non appressarti: che ricerchi? - E a lui
Il regnatore Atride: Oh degli Achei
Inclita luce, Nestore Nelíde,
Agamennón son io, cui Giove opprime110
D’infinito travaglio, e fia che duri
Finchè avrà spirto il petto e moto il piede.
Vagabondo ne vo poichè dal ciglio
Fuggemi il sonno, e il rio pensier mi grava