Pagina:Iliade (Monti).djvu/266

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v.591 libro decimo 255

All’estremo del cocchio. Avvisto il primo
Si fu di Reso Ulisse, e a Dïomede
L’additò: Dïomede, ecco il guerriero,
Ecco i destrier che dianzi n’avvisava
Quel Dolon che uccidemmo. Or tu fuor metti595
L’usata gagliardía, che qui passarla
Neghittoso ed armato onta sarebbe.
Sciogli tu quei cavalli, o a morte mena
Costor, chè de’ cavalli è mia la cura.
   Disse, e spirò Minerva a Dïomede600
Robustezza divina. A dritta, a manca
Fora, taglia ed uccide, e degli uccisi
Il gemito la muta aria fería.
Corre sangue il terren: come lïone
Sopravvenendo al non guardato gregge605
Scagliasi, e capre e agnelle empio diserta;
Tal nel mezzo de’ Traci è Dïomede.
Già dodici n’avea trafitti; e quanti
Colla spada ne miete il valoroso,
Tanti n’afferra dopo lui d’un piede610
Lo scaltro Ulisse, e fuor di via li tira,
Nettando il passo a’ bei destrieri, ond’elli
Alla strage non usi in cor non tremino,
Le morte salme calpestando. Intanto
Piomba su Reso il fier Tidíde, e priva615
Lui tredicesmo della dolce vita.
Sospirante lo colse ed affannoso
Perchè per opra di Minerva apparso
Appunto in quella gli pendea sul capo,
Tremenda visïon, d’Enide il figlio.620
Scioglie Ulisse i destrieri, e colle briglie
Accoppiati, di mezzo a quella torma
Via li mena, e coll’arco li percuote
(Chè tor dal cocchio non pensò la sferza),