Pagina:Iliade (Monti).djvu/280

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v.314 libro undecimo 269

Vibrò la sua, ma in fallo. Ifidamante
Appuntò l’avversario alla cintura315
Sotto il torace, e colla man robusta
Di tutta forza l’asta sospingea;
Ma non valse a forarne il ben tessuto
Cinto, e spuntossi nell’argentea lama
L’acuta punta, come piombo fosse.320
A due mani l’afferra allor l’Atride
Con ira di lïone, a sè la tira,
Gliela svelle dal pugno; e tratto il brando,
Lo percuote alla nuca, e lo distende.
Sì cadde, e chiuse in ferreo sonno i lumi.325
Miserando garzon! venne a difesa
Del patrio suolo e vi trovò la morte:
Nè gli compose i rai la giovinetta
Consorte, nè di lei frutto lasciava
Che il ravvivasse; e sì l’avea con molti330
Doni acquistata: perocchè da prima
Di cento buoi dotolla, e mille in oltre
Madri promise di lanute torme
Che numerose gli pasceva il prato.
Spoglia Atride l’ucciso, e le bell’armi335
Ne porta ovante fra le turbe achee.
   Come vide Coon morto il fratello,
(D’Antenore era questi il maggior figlio
E guerriero di grido), una gran nube
Di dolor gl’ingombrò la mente e gli occhi.340
Ponsi in agguato con un dardo in mano
Al re di costa, e vibra. A mezzo il braccio
Conficcossi la punta sotto il cubito,
E trapassollo. Inorridì del colpo
L’Atride regnator; ma non per questo345
Abbandona la pugna; anzi più fiero
Colla salda dagli Euri asta nudrita