Pagina:Iliade (Monti).djvu/283

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272 iliade v.416

Allor saría seguíta, e colla strage
De’ fuggitivi ineluttabil danno,
Se con questo parlar l’accorto Ulisse
Non destava il valor di Dïomede.
   Magnanimo Tidíde, e qual disdetta420
Della nostra virtù ci toglie adesso
La ricordanza? Or su; ti metti, amico,
Al mio fianco, e tien fermo: onta sarebbe
Lasciar che piombi su le navi Ettorre.
E Dïomede di rincontro: Io certo425
Rimarrò, pugnerò; ma vano il nostro
Sforzo sarà, chè la vittoria ai Teucri
Dar vuole, non a noi, Giove nemico.
Disse; e coll’asta alla sinistra poppa
Timbréo percosse, e il riversò dal carro.430
Ulisse uccise Molïon, guerriero
D’apparenza divina, e valoroso
Del re Timbréo scudiero. E spenti questi,
Si cacciâr nella turba, simiglianti
A due cinghiali di gran cor, che il cerchio435
Sbarattano de’ veltri; e impetuosi
Voltando faccia sgominaro i Teucri,
Sì che fuggenti dall’ettóreo ferro
Preser conforto e respirâr gli Achivi.
   Combattean fra le turbe alti sul carro440
Fortissimi campioni i due figliuoli
Di Merope Percósio. Il genitore,
Celebrato indovino, avea dell’armi
Il funesto mestier loro interdetto.
Non l’obbediro i figli, e la possanza445
Seguîr del fato che traeali a morte.
Coll’asta in guerra sì famosa entrambi
Gl’investì Dïomede, e colla vita
Dell’armi li spogliò, mentre per mano