Pagina:Iliade (Monti).djvu/286

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v.518 libro undecimo 275

Nulla atterrito Dïomede), vieni
In aperta tenzon, vieni e vedrai
A che l’arco ti giova, e la di strali520
Piena faretra. Mi graffiasti un piede,
E sì gran vampo meni? Io de’ tuoi colpi
Prendo il timor che mi darebbe il fuso
Di femminetta, o di fanciul lo stecco;
Chè non fa piaga degl’imbelli il dardo.525
Ma ben altro è il ferir di questa mano.
Ogni puntura del mio telo è morte
Del mio nemico, e pianto de’ suoi figli
E della sposa che le gote oltraggia;
Mentre di sangue il suol quegli arrossando530
Imputridisce, e intorno gli s’accoglie,
Più che di donne, d’avoltoi corona.
   Così parlava. Accorso intanto Ulisse
Di sè gli fea riparo: ed ei seduto
Dell’amico alle spalle il dardo acuto535
Sconficcossi dal piede. Allor gli venne
Per tutto il corpo un dolor grave e tanto,
Che angosciato nell’alma e impazïente
Montò sul cocchio, ed all’auriga impose
Di portarlo volando alle sue tende.540
Solo rimase di Laerte il figlio,
Chè la paura avea tutti sbandati
Gli Argivi; ond’egli addolorato e mesto
Seco nel chiuso del gran cor dicea:
Misero, che farò? Male, se in fuga545
Mi volgo per timor: peggio, se solo
Qui mi coglie il nemico ora che Giove
Gli altri Achei sgominò. Ma quai pensieri
Mi ragiona la mente? Ignoro io forse
Che nell’armi il vil fugge, e resta il prode550
A ferire o a morir morte onorata?