Pagina:Iliade (Monti).djvu/296

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v.858 libro undecimo 285

Su le spume caprin latte rappreso,
E spargendovi sovra un leggier nembo
Di candida farina, una bevanda860
Uscir ne fece di cotal mistura,
Che apprestata e libata, ai due guerrieri
La sete estinse e rinfrancò le forze.
Diersi, ciò fatto, a ricrear parlando
Gli affaticati spirti; e sulla soglia865
Ecco apparir Patróclo, e soffermarsi
In sembianza di nume il giovinetto.
Nel vederlo levossi il vecchio in piedi
Dal suo lucido seggio, e l’introdusse
Presol per mano, e di seder pregollo.870
Egli all’invito resistea, dicendo:
Di seder non m’è tempo, egregio veglio,
Nè obbedirti poss’io. Tremendo, iroso
È colui che mi manda a interrogarti
Del guerrier che ferito hai qui condotto.875
Or io mel so per me medesmo, e in lui
Ravviso il duce Macaon. Ritorno
Dunque ad Achille relator di tutto.
Sai quanto, augusto veglio, ei sia stizzoso
E a colpar pronto l’innocente ancora.880
   Disse, e il gerenio cavalier rispose:
E donde avvien che de’ feriti Achivi
Sente Achille pietà? Nè ancor sa quanta
Pel campo s’innalzò nube di lutto.
Piagati altri da lungi, altri da presso885
Nelle navi languiscono i più prodi.
Di saetta ferito è Dïomede,
D’asta l’inclito Ulisse e Agamennóne,
Euripilo di strale nella coscia,
E di strale egli pur questo che vedi890
Da me condotto. Il prode Achille intanto