Pagina:Iliade (Monti).djvu/298

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v.926 libro undecimo 287

La nostra terra, e i più prestanti uccisi,
E di dodici figli di Neléo
Prodi guerrier rimasto io solo in Pilo
Con altri pochi oppressi, i baldanzosi
Eléi di nostre disventure alteri930
N’insultâr, ne fêr danno. Or dunque in serbo
Tenne il vecchio per sè di tauri intero
Un armento trascelto, e un’ampia greggia
Di ben trecento pecorelle, insieme
Co’ mandrïani; giusta ricompensa935
Di quattro egregi corridor, mandati
In un col carro a conquistargli un tripode
Nell’olimpica polve, e dall’eléo
Rege rapiti, rimandando spoglio
De’ bei corsieri il doloroso auriga.940
Di questi oltraggi il vecchio padre irato
Larga preda si tolse, e al popol diede,
Giusta il dovuto, a ripartirsi il resto.
Mentre intenti ne stiamo a queste cose,
E offriam per tutta la città solenni945
Sacrifici agli Eterni, ecco nel terzo
Giorno gli Eléi con tutte de’ lor fanti
E cavalli le forze in campo uscire,
Ed ambedue con essi i Molïoni,
Giovinetti ancor sori ed inesperti950
Negl’impeti di Marte. Su l’Alféo
In arduo colle assisa è una cittade
Trïoessa nomata, ultima terra
Dell’arenosa Pilo. Desïosi
Di porla al fondo la cingean d’assedio.955
Ma come tutto superaro il campo,
Frettolosa e notturna a noi discese
Dall’Olimpo Minerva, ad avvisarne
Di pigliar l’armi; e congregò le turbe