Pagina:Iliade (Monti).djvu/299

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288 iliade v.960

Per la cittade, non già lente e schive,960
Ma tutte accese del desío di guerra.
Non mi assentiva il genitor Neléo
L’uscir con gli altri armato; e perchè destro
Nel fiero Marte ancor non mi credea,
Occultommi i destrieri. Ed io pedone965
V’andai scorto da Pallade, e tra’ nostri
Cavalier mi distinsi in quella pugna.
Sul fiume Minïéo che presso Arena
Si devolve nel mar, noi squadra equestre
Posammo ad aspettar l’alba divina,970
Finchè n’avesse la pedestre aggiunti.
Rïunito l’esercito, movemmo
Ben armati ed accinti, e sul merigge
D’Alféo giungemmo all’onde sacre. Quivi
Propizïammo con opime offerte975
L’onnipossente Giove; al fiume un toro
Svenammo, un altro al gran Nettunno, e intatta
A Palla una giovenca. Indi pel campo
Preso a drappelli della sera il cibo,
Tutti ne demmo, ognun coll’armi indosso,980
Lungo il fiume a dormir. Stringean frattanto
D’assedio la cittade i forti Eléi
D’espugnarla bramosi. Ma di Marte
Ebber tosto davanti una grand’opra.
Brillò sul volto della terra il sole,985
E noi Minerva supplicando e Giove
Appiccammo la zuffa. Aspro fu il cozzo
Delle due genti, ed io primiero uccisi
(E i corsieri gli tolsi) il bellicoso
Mulio, gener d’Augía, del quale in moglie990
La maggior figlia possedea, la bionda
Agaméde, cui nota era, di quante
L’almo sen della terra erbe produce,