Pagina:Iliade (Monti).djvu/358

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v.798 libro decimoterzo 25

Vi fu poco l’aver, malvagi cani,
Con altra fellonia, con altre offese
Vïolati i miei lari, e del tonante800
Giove ospital sprezzata la tremenda
Ira che un giorno svellerà dal fondo
L’alta vostra città; poco il rapirmi
Una giovine sposa e assai ricchezza
Da nulla ingiuria offesi, anzi a cortese805
Ospizio accolti e accarezzati. Or anco
Desío vi strugge di gittar nel mezzo
Delle navi le fiamme, e degli achivi
Eroi far scempio. Ma verrà chi ponga
Vostro malgrado a furor tanto il freno.810
Giove padre, per certo uomini e Dei
Di saggezza tu vinci, e nondimeno
Da te vien tutto sì nefando eccesso,
Da te de’ Teucri difensor, di questa
Sempre d’oltraggi e d’ingiustizie amica815
Razza iniqua che mai delle rie zuffe
Di Marte non si sbrama. Il cor di tutte
Cose alfin sente sazietà, del sonno,
Della danza, del canto e dell’amore,
Piacer più cari che la guerra; e mai820
Sazi di guerra non saranno i Teucri?
   Tolse l’armi, ciò detto, a quell’estinto
Di sangue asperse; e come in man rimesse
L’ebbe de’ suoi, di nuovo all’inimico
Volse la faccia nelle prime file.825
Fiero l’assalse allor di Piliméne
Il figlio Arpalïon, che il suo diletto
Padre alla guerra accompagnò di Troia
Per non mai più redire al patrio lido.
S’avanzò, fulminò l’asta nel colmo830
Dello scudo d’Atride; e senza effetto