Pagina:Iliade (Monti).djvu/371

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38 iliade v.83

Saggio vegliardo, replicò l’Atride,
Poichè fino alle tende hanno i nemici
Spinta la pugna, e più non giova il vallo85
Nè della fossa nè dell’alto muro,
A cui tanto sudammo, e invïolato
Schermo il tenemmo delle navi e nostro,
Chiaro ne par che al prepossente Giove
Caro è il nostro perir su questa riva90
Lungi d’Argo, infamati. Il vidi un tempo
Proteggere gli Achei; lui veggo adesso
I Troiani onorar quanto gli stessi
Beati Eterni, e incatenar le nostre
Forze e l’ardir. Mia voce adunque udite.95
Le navi, che ne stanno in secco al primo
Lembo del lido, si sospingan tutte
Nel vasto mare, e tutte sieno in alto
Sull’áncora fermate insin che fitta
Giunga la notte, dal cui velo ascosi100
Varar potremo il resto, ove pur sia
Che ne dian tregua dalla pugna i Teucri.
Non è biasmo fuggir di notte ancora
Il proprio danno, ed è pur sempre il meglio
Scampar fuggendo, che restar captivo.105
   Lo guatò bieco Ulisse, e gli rispose:
Atride, e quale ti fuggì dal labbro
Rovinosa parola? Imperadore
Fossi oh! tu di vigliacchi, e non di noi,
Di noi che Giove dalla verde etade110
Infino alla canuta agli ardui fatti
Della guerra incitò, finchè ciascuno
Vi perisca onorato. E così dunque
Puoi tu de’ Teucri abbandonar l’altera
Città che tanti già ne costa affanni?115
Per dio! nol dire, dagli Achei non s’oda