Pagina:Iliade (Monti).djvu/372

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v.117 libro decimoquarto 39

Questo sermone, della bocca indegno
D’uom di senno e scettrato, e, qual tu sei,
Di tante schiere capitano. Io primo
Il tuo parer condanno. Arde la pugna,120
E tu comandi che nel mar lanciate
Sien le navi? Ciò fôra un far più certo
De’ Troiani il vantaggio, e più sicuro
Il nostro eccidio: perocchè gli Achivi
In quell’opra assaliti, anzi che fermi125
Sostener l’inimico, al mar terranno
Rivolto il viso, a’ Teucri il tergo: e allora
Vedrai funesto, o duce, il tuo consiglio.
   Rispose Agamennón: La tua pungente
Rampogna, Ulisse, mi ferì nel core.130
Ma mia mente non è che lor malgrado
Traggan le navi in mar gli Achivi; e s’ora
Altri sa darne più pensato avviso,
Sia giovine, sia veglio, io l’avrò caro.
   Chi darallo n’è presso (il bellicoso135
Tidíde ripigliò), nè fia mestieri
Cercarlo a lungo, se ascoltar vorrete,
Nè, perchè d’anni inferïor vi sono,
Con disdegno spregiarmi. Anch’io mi vanto
Figlio d’illustre genitor, del prode140
Tidéo, di Cadmo nel terren sepolto.
Portéo tre figli generò dell’alta
Calidone abitanti e di Pleurone,
Agrio, Mela ed Enéo, tutti d’egregio
Valor, ma tutti li vincea di molto145
Il cavaliero Enéo padre al mio padre.
Ivi egli visse; ma da’ numi astretto
A gir vagando il padre mio, sua stanza
Pose in Argo, e d’Adrasto a moglie tolse
Una figlia; e signor di ricchi alberghi150