Pagina:Iliade (Monti).djvu/376

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v.252 libro decimoquarto 43

Se con parole ad acchetarli arrivo
E a rannodarne i cuori, io mi son certa
Che sempre avranmi e veneranda e cara.
   E l’amica del riso Citeréa,255
Non lice, replicò, nè dêssi a quella
Che del tonante Iddio dorme sul petto,
Far di quanto ella vuol niego veruno.
   Disse; e dal seno il ben trapunto e vago
Cinto si sciolse, in che raccolte e chiuse260
Erano tutte le lusinghe. V’era
D’amor la voluttà, v’era il desire
E degli amanti il favellío segreto,
Quel dolce favellío ch’anco de’ saggi
Ruba la mente. In man gliel pose, e disse:265
Prendi questo mio cinto in che si chiude
Ogni dolcezza, prendilo, e nel seno
Lo ti nascondi, e tornerai, lo spero,
Tutte ottenute del tuo cor le brame.
   L’alma Giuno sorrise, e di contento270
Lampeggiando i grand’occhi in quel sorriso,
Lo si ripose in seno. Alle paterne
Stanze Ciprigna incamminossi: e Giuno
Frettolosa lasciò l’olimpie cime,
E la Pïeria sorvolando e i lieti275
Emazii campi, le nevose vette
Varcò de’ tracii monti, e non toccava
Col piè santo la terra. Indi dell’Ato
Superate le rupi, all’estuoso
Ponto discese, e nella sacra Lenno,280
Di Toante città, rattenne il volo.
Ivi al fratello della Morte, al Sonno
N’andò, lo strinse per la mano, e disse:
   Sonno, re de’ mortali e degli Dei,
S’unqua mi festi d’un desío contenta,285