Pagina:Iliade (Monti).djvu/375

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42 iliade v.218

Fulgide fibbie assicurollo al petto.
Poscia i bei fianchi d’un cintiglio a molte
Frange ricinse, e ai ben forati orecchi220
I gemmati sospese e rilucenti
Suoi ciondoli a tre gocce. Una leggiadra
E chiara come sole intatta benda
Dopo questo la Diva delle Dive
Si ravvolse alla fronte. Al piè gentile225
Alfin legossi i bei coturni, e tutte
Abbigliate le membra uscì pomposa,
Ed in disparte Venere chiamata,
Così le disse: Mi sarai tu, cara,
D’una grazia cortese? o meco irata,230
Perch’io gli Achivi, e tu li Teucri aiti,
Negarmela vorrai? - Parla, rispose
L’alma figlia di Giove: il tuo desire
Manifestami intero, o veneranda
Saturnia Giuno. Mi comanda il core235
Di far tutto (se il posso, e se pur lice)
Il tuo voler, qual sia. - Dammi, riprese
La scaltra Giuno, l’amoroso incanto
Che tutti al dolce tuo poter suggetta
I mortali e gli Dei. Dell’alma terra240
Ai fini estremi a visitar men vado
L’antica Teti e l’Oceán de’ numi
Generator, che présami da Rea,
Quando sotto la terra e le profonde
Voragini del mar di Giove il tuono245
Precipitò Saturno, mi nudriro
Ne’ lor soggiorni, e m’educâr con molta
Cura ed affetto. A questi io vado, e solo
Per ricomporne una difficil lite
Ond’ei da molto a gravi sdegni in preda250
E di letto e d’amor stansi divisi.