Pagina:Iliade (Monti).djvu/379

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46 iliade v.354

Delle tempeste adunatore, e pronta
Al cor gli corse l’amorosa fiamma,355
Siccome il dì che de’ parenti al guardo
Sottrattisi gustâr commisti insieme
La furtiva d’amor prima dolcezza.
Si fece incontro alla consorte, e disse:
   Giuno, a che vieni dall’Olimpo, e senza360
Cocchio e destrieri? - E a lui la scaltra: Io vado
Dell’alma terra agli ultimi confini
A visitar de’ numi il genitore
Oceano e Teti, che ne’ loro alberghi
Con grande cura m’educâr fanciulla.365
Vado a comporne la discordia: ei sono
E di letto e d’amor per ire acerbe
Da gran tempo divisi. Alle radici
D’Ida lasciati ho i miei destrier che ratta
Su la terra e sul mar mi porteranno.370
Or qui vengo per te, chè meco irarti
Non dovessi tu poi se taciturna
Del vecchio iddio n’andassi alla magione.
   Altra volta v’andrai, Giove rispose:
Or si gioisca in amoroso amplesso;375
Chè nè per donna nè per Dea giammai
Mi si diffuse in cor fiamma sì viva:
Non quando per la sposa Issïonéa,
Che Piritóo, divin senno, produsse,
Arsi d’amor, non quando alla gentile380
Figlia d’Acrisio generai Perséo,
Prestantissimo eroe, nè quando Europa
Del divin Radamanto e di Minosse
Padre mi fece. Nè le due di Tebe
Beltà famose Sémele ed Alcmena,385
D’Ercole questa genitrice, e quella
Di Bacco de’ mortali allegratore;