Pagina:Iliade (Monti).djvu/389

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56 iliade v.15

Pietà sentinne nel vederlo il padre15
De’ mortali e de’ numi, e con obliquo
Terribil occhio guatò Giuno, e disse:
Scaltra malvagia, la sottil tua frode
Dalla pugna cessar fe’ il divo Ettorre,
E i Troiani fuggir. Non so perch’io20
Or non t’afferri, e col flagel non faccia
A te prima saggiar del dolo il frutto.
E non rammenti il dì ch’ambe le mani
D’aureo nodo infrangibile t’avvinsi,
E alla celeste volta con due gravi25
Incudi al piede penzolon t’appesi?
Fra l’atre nubi nell’immenso vôto
Tu pendola ondeggiavi, e per l’eccelso
Olimpo ne fremean di rabbia i Numi,
Ma sciorti non potean; chè qual di loro30
Afferrato io m’avessi, giù dal cielo
L’avrei travolto semivivo in terra.
Nè ciò tutto quetava ancor la bile
Che mi bollía nel cor, quando, commosse
D’Ercole a danno le procelle e i venti,35
Tu pel mar l’agitasti, e macchinando
La sua rovina lo svïasti a Coo,
Donde io salvo poi trassi il travagliato
Figlio, e in Argo il raddussi. Ora di queste
Cose ben io farò che ti sovvegna,40
Onde svezzarti dagl’inganni, e tutto
Il pro mostrarti de’ tuoi falsi amplessi.
   Raccapricciò d’orror la veneranda
Giuno a que’ detti; e, Il ciel, la terra attesto
(Diessi a gridare) e il sotterraneo Stige,45
Che degli Eterni è il più tremendo giuro,
Ed il sacro tuo capo, e l’illibato
D’ogni spergiuro marital mio letto: