Pagina:Iliade (Monti).djvu/395

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62 iliade v.218

Quantunque egual vantarti oso tu sia
A lui che mette agli altri Dei terrore.
   Arse d’ira Nettunno, e le rispose:220
Ch’ei sia possente il so; ma sue parole
Sono superbe, se forzar pretende
Me suo pari in onor. Figli a Saturno
Tre germani siam noi da Rea produtti,
Primo Giove, io secondo, e terzo il sire225
Dell’Inferno Pluton. Tutte divise
Fur le cose in tre parti, e a ciascheduno
Il suo regno sortì. Diede la sorte
L’imperio a me del mar, dell’ombre a Pluto,
Del cielo a Giove negli aerei campi230
Soggiorno delle nubi. Olimpo e Terra
Ne rimaser comuni, e il sono ancora.
Non farò dunque il suo voler; si goda
Pur la sua forza, ma si resti cheto
Nel suo regno, nè tenti or colla destra235
Come un vile atterrirmi. Alle fanciulle,
Ai bamboli suoi figli il terror porti
Di sue minacce, e meglio fia. Tra questi
Almen si avrà chi a forza l’obbedisca.
   Dio del mar, la veloce Iri soggiunse,240
Questa dunque vuoi tu che a Giove io rechi
Dura e forte risposta? E raddolcirla
In parte almeno non vorrai? De’ buoni
Pieghevole è la mente; e chi primiero
Nacque ha ministre, tu lo sai, l’Erinni.245
   Tu parli, o Diva, il ver, l’altro riprese:
E gran ventura è messaggier che avvisa
Ciò che più monta. Ma di sdegno avvampa
Il cor quand’egli minaccioso oltraggia
Me suo pari di grado e di destino.250
Pur questa volta porrò freno all’ira,