Pagina:Iliade (Monti).djvu/402

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v.456 libro decimoquinto 69

Cielo le palme sollevando orava:
Giove padre, se mai nelle feconde
Piagge argive o di tauri o d’agnellette
Sacrifici offerendo ti pregammo
Di felice ritorno, e tu promessa460
Ne festi e cenno, or deh! il ricorda, e lungi,
Dio pietoso, ne tieni il giorno estremo,
Nè voler sì da’ Troi domi gli Achivi.
   Così pregava. L’udì Giove, e forte
Tuonò. Ma i Teucri dell’Egíoco Sire465
Udito il segno si scagliâr più fieri
Contro gli Achivi, ed incalzâr la pugna.
Come del mar turbato un vasto flutto
Da furia boreal cresciuto e spinto
Rugge e sormonta della nave i fianchi;470
Tali i Teucri con alti urli saliro
La muraglia, e, cacciati entro i cavalli,
Coll’aste incominciâr sotto le poppe
Un conflitto crudel, questi su i cocchi,
Quei sul bordo de’ legni colle lunghe,475
Che dentro vi giacean, stanghe commesse,
Ed al bisogno di naval battaglia
Accomodate colle ferree teste.
   Finchè fuor del navile intorno al muro
Arse de’ Teucri e degli Achei la pugna,480
Del valoroso Eurípilo si stette
Patroclo nella tenda, e ragionando
Il ricreava, e sull’acerba piaga
Dell’amico, a placarne ogni dolore,
Obblivïosi farmaci spargea.485
Ma tosto che mirò su l’arduo muro
Saliti a furia i Teucri, e l’urlo surse
Degli Achivi e la fuga, in lai proruppe,
E battendosi l’anca, Ohimè! diss’egli