Pagina:Iliade (Monti).djvu/403

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70 iliade v.490

In suono di lamento, una feroce490
Mischia là veggo. Non mi lice, Eurípilo,
All’uopo che pur n’hai, teco indugiarmi
Più lungamente: assisteratti il servo;
Io ne volo ad Achille onde eccitarlo
Alla pugna. Chi sa? forse un propizio495
Nume darammi che mia voce il tocchi;
Degli amici il pregar va dolce al core.
   Così detto, volò. Gli Achivi intanto
Fermi de’ Teucri sostenean l’assalto;
Ma dalle navi non sapean, quantunque500
Di numero minori, allontanarli;
Nè i Troiani potean romper de’ Greci
Le stipate falangi, e insinuarsi
Tra le navi e le tende. E a quella guisa
Che in man di fabbro da Minerva istrutto,505
Il rigo una naval trave pareggia;
Così de’ Teucri egual si diffondea
E degli Achei la pugna; ed altri a questa
Nave attacca la zuffa, ed altri a quella.
Ma contro Aiace dispiccato Ettorre,510
Intorno ad un sol legno ambo gli eroi
Travagliansi, nè questi era possente
A fugar quello e il combattuto pino
Incendere, nè quegli a tener lunge
Questo, chè un nume ve l’avea condotto.515
Colpì coll’asta il Telamónio allora
Caletore di Clízio in mezzo al petto,
Mentre alle navi già venía col foco.
Rimbombò nel cadere, e dalla mano
Cascògli il tizzo. Come vide Ettorre520
Riverso nella polve anzi alla poppa
Il consobrino, alzò la voce, e i suoi
Animando gridò: Licii, Troiani,