Pagina:Iliade (Monti).djvu/449

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116 iliade v.1032

Empieagli il pugno, e lo scagliò di forza.
Fallì la mira il colpo, ma d’un pelo;
Nè però vano uscì, chè nella fronte
L’ettóreo auriga Cebrïon percosse,1035
Tutto al governo delle briglie intento,
Cebrïon che nascea del re troiano
Valoroso bastardo. Il sasso acuto
L’un ciglio e l’altro sgretolò, nè l’osso
Sostenerlo poteo. Divelti al piede1040
Gli schizzâr gli occhi nella sabbia, ed esso,
Qual suole il notator, fece cadendo
Dal carro un tómo, e l’agghiacciò la morte.
E tu, Patróclo, con amari accenti
Lo schernisti così: Davvero è snello1045
Questo Troiano: ve’ ve’ come ei tombola
Con leggiadria! Se in pelago pescoso
Capitasse costui, certo saprebbe
Saltando in mar, foss’anche in gran fortuna,
Dallo scoglio spiccar conchiglie e ricci1050
Da sazïarne molte epe: sì lesto
Saltò pur or dal carro a capo in giuso.
Oh gli eccellenti notator che ha Troia!
   Sì dicendo, avventossi a Cebrïone
Come fiero lïon che disertando1055
Una greggia, piagar si sente il petto,
E dal proprio valor morte riceve.
Ma ratto contra a quel furor si slancia
Ettore dalla biga; e i due superbi
Incomincian col ferro a disputarsi1060
L’esangue Cebrïon. Qual due lïoni
Che per gran fame e per gran cor feroci
S’azzuffano d’un monte in su la cima
Per la contesa d’una cerva uccisa;
Non altrimenti i due mastri di guerra,1065