Pagina:Iliade (Monti).djvu/45

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34 iliade v.211

Il mar coprendo di fuggenti vele,
Al patrio lido rediran gli Achivi?
Ed a Priamo l’onore, ai Teucri il vanto
Lasceran tutto dell’argiva Eléna
Dopo tante per lei, lungi dal caro215
Nido natío, qui spente anime greche?
Deh scendi al campo acheo, scendi, ed adopra
Lusinghiero parlar, molci i soldati,
Frena la fuga, nè patir che un solo
De’ remiganti pini in mar sia tratto.220
   Obbediente la cerulea Diva
Dalle cime d’Olimpo dispiccossi
Velocissima, e tosto fu sul lido.
Ivi Ulisse trovò, senno di Giove,
Occupato non già del suo naviglio,225
Ma del dolor che il preme, e immoto in piedi.
Gli si fece davanti la divina
Glaucopide dicendo: O di Laerte
Generoso figliuol, prudente Ulisse,
Così dunque n’andrete? E al patrio suolo230
Navigherete, e lascerete a Priamo
Di vostra fuga il vanto, ed ai Troiani
D’Argo la donna, e invendicato il sangue
Di tanti, che per lei qui lo versaro,
Bellicosi compagni? A che ti stai?235
T’appresenta agli Achei, rompi gl’indugi,
Dolci adopra parole e li trattieni,
Nè consentir che antenna in mar si spinga.
   Così disse la Dea. Ne riconobbe
L’eroe la voce, e via gittato il manto,240
Che dopo lui raccolse il banditore
Euríbate itacense, a correr diessi;
E incontrato l’Atride Agamennóne,
Ratto ne prende il regal scettro, e vola