Pagina:Iliade (Monti).djvu/451

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118 iliade v.1100

Qui fu che pieno di crudel talento1100
Urtò Patróclo i Troi. Tre volte il fiero
Con gridi orrendi gli assalì, tre volte
Spense nove guerrier; ma come il quarto
Impeto fece, e parve un Dio, la Parca
Del viver tuo raccolse il filo estremo,1105
Miserando garzon, chè ad incontrarti
Venía tremendo nella mischia Apollo:
Nè camminar tra l’armi alla sua volta
L’eroe lo vide, chè una folta nebbia
Le divine sembianze ricopría.1110
Vennegli a tergo il nume, e colla grave
Palma sul dosso tra le late spalle
Gli dechinò sì forte una percossa,
Che abbacinossi al misero la vista
E girò l’intelletto. Indi dal capo1115
Via saltar gli fe’ l’elmo il Dio nemico,
E l’elmo al suolo rotolando fece
Sotto il piè de’ corsieri un tintinnío,
E si bruttaro del cimier le creste
Di sangue e polve; nè di polve in pria1120
Insozzar quel cimiero era concesso
Quando l’intatto capo e la leggiadra
Fronte copriva del divino Achille.
Ma in quel giorno fatal Giove permise
Che d’Ettore passasse in su le chiome1125
Vicino anch’esso al fato estremo. Allora
Tutta a Patróclo nella man si franse
La ferrea, lunga, ponderosa e salda
Smisurata sua lancia, e sul terreno
Dalla manca gli cadde il gran pavese1130
Rotto il guinzaglio. Di sua man l’usbergo
Sciolsegli alfine di Latona il figlio,
E l’infelice allor del tutto uscío