Pagina:Iliade (Monti).djvu/457

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124 iliade v.13

All’Atride gridò: Duce di genti,
Di Giove alunno Menelao, recedi;
Quell’estinto abbandona, e a me le spoglie15
Sanguinose ne lascia, a me che primo
Tra tutti e Teucri ed alleati in aspra
Pugna il percossi. Non vietarmi adunque
Quest’alta gloria fra’ Troiani; o ch’io
Col ferro ti trarrò l’alma dal petto.20
   Eterno Giove, gli rispose irato
Il biondo Menelao, dove s’intese
Più sconcio millantar? Nè di pantera
Nè di lïon fu mai nè di robusto
Truculento cinghial tanto l’ardire25
Quanta spiran ferocia i Pantoídi.
E pur che valse il fior di gioventude
A quel tuo di cavalli agitatore
Fratello Iperenór, quando chiamarmi
Il più codardo de’ guerrieri achei,30
E aspettarmi s’ardì? Ma nol tornaro
I propri piedi alla magion, mi credo,
Di molta festa obbietto ai venerandi
Suoi genitori e alla diletta sposa.
Farò di te, se innoltri, ora lo stesso.35
Ma t’esorto a ritrarti, e pria che qualche
Danno ti colga, dilungarti. Il fatto
Rende accorto, ma tardi, anche lo stolto.
   Disse; e fermo in suo cor l’altro riprese:
Pagami or dunque, o Menelao, del morto40
Mio fratello la pena e del tuo vanto.
D’una giovine sposa, è ver, tu festi
Vedovo il letto, e d’ineffabil lutto
Fosti cagione ai genitor; ma dolce
Farò ben io di quei meschini il pianto,45
Se carco del tuo capo e di tue spoglie