Pagina:Iliade (Monti).djvu/458

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v.47 libro decimosettimo 125

In man di Panto e della día Frontíde
Le deporrò. Non più parole. Il ferro
Provi qui tosto chi sia prode o vile.
   Ferì, ciò detto, nel rotondo scudo,50
Ma nol passò, chè nella salda targa
Si ritorse la punta. Impeto fece,
Giove invocando, dopo lui l’Atride,
E al nemico, che in guardia si traea,
Nell’imo gorgozzul spinta la picca,55
Ve l’immerge di forza, e gli trafora
Il delicato collo. Ei cadde, e sopra
Gli tonâr l’armi; e della chioma, a quella
Delle Grazie simíl, le vaghe anella
D’auro avvinte e d’argento insanguinârsi.60
Qual d’olivo gentil pianta nudrita
In lieto d’acque solitario loco
Bella sorge e frondosa: il molle fiato
L’accarezza dell’aure, e mentre tutta
Del suo candido fiore si riveste,65
Un improvviso turbine la schianta
Dall’ime barbe, e la distende a terra;
Tal l’Atride prostese il valoroso
Figliuol di Panto Euforbo, e a dispogliarlo
Corse dell’armi. Come quando un forte70
Lïon montano una giovenca afferra
Fior dell’armento, co’ robusti denti
Prima il collo le frange, indi sbranata
Le sanguinose viscere n’ingozza:
Alto di cani intorno e di pastori75
Romor si leva, ma nïun s’accosta,
Chè affrontarlo non osano compresi
Di pallido timor: così nessuno
Ardía de’ Teucri al baldanzoso Atride
Farsi addosso; e all’ucciso ei tolte l’armi80