Pagina:Iliade (Monti).djvu/467

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134 iliade v.353

Ippótoo gli avea d’un saldo cuoio
Ai nervi del tallon l’un piede avvinto,
E di mezzo al ferir de’ combattenti355
Per la sabbia il traea, grato sperando
Farsi ad Ettorre ed ai Troiani; ed ecco
Giungergli un danno che nessun, quantunque
Desideroso, allontanar gli seppe.
Fra la turba avventossi, e su le guance360
Dell’elmo Aiace disserrógli un colpo
Che tutto lo spezzò: tanto dell’asta
Fu il picchio e tanto della mano il pondo.
Schizzâr per l’aria le cervella e il sangue
Dall’aperta ferita, e tosto a lui365
Quetârsi i polsi; dalle man gli cadde
Del morto il piede, e sovra il morto ei pure
Boccon cadde e spirò lungi dai campi
Di Larissa fecondi: nè poteo
Dell’averlo educato ai genitori370
Rendere il premio, perocchè d’Aiace
La gran lancia fe’ brevi i giorni suoi.
   Contro Aiace l’acuta asta allor trasse
Ettore; e l’altro, visto l’atto, alquanto
Dechinossi, e schivolla. Era di costa375
Schedio, d’Ifito generoso figlio,
Fortissimo Focense che sua stanza,
Di molta gente correttor, tenea
Nell’inclita Panópe. A mezza gola
Colpillo, e tutta al sommo della spalla380
La ferrea punta gli passò la strozza.
Cadde il trafitto con fragore, e cupo
S’udì dell’armi il tuon sopra il suo petto.
   Aiace di rincontro in mezzo all’epa
Di Fenópo il figliuol Forci percosse,385
Forte guerrier che messo alla difesa