Pagina:Iliade (Monti).djvu/468

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v.387 libro decimosettimo 135

D'Ippótoo s'era. Il furïoso ferro
Ruppe l’incavo del torace, ed alto
Ne squarciò gl’intestini. Ei cadde, e strinse
Colla palma il terren. Dier piega allora390
I primi in zuffa, ripiegossi ei pure
L’illustre Ettorre, e con orrende grida
D’Ippótoo e Forci strascinâr gli Argivi
Le morte salme, e le spogliâr. Compresi
Di viltade i Troiani, e dalle greche395
Lance incalzati allor verso le rocche
Sarían d’Ilio fuggiti, e avrían gli Argivi
Contro il decreto del tonante Iddio
In lor solo valor vinta la pugna,
Se Apollo a tempo la virtù d’Enea400
Non ridestava. Le sembianze ei prese
Dell’Epitide araldo Perifante,
Che in tale officio a molta età venuto
Del vecchio Anchise nelle case, istrutta
Di fedeli consigli avea la mente.405
Così cangiato, a lui disse il divino
Figlio di Giove: Enea, l’eccelsa Troia
Contro il volere degli Dei periglia.
Chè non la cerchi di salvar? l’esemplo
Chè non imiti degli eroi ch’io vidi410
D’ogni cimento trïonfar, fidáti
Nel valor, nell’ardir, nella fortezza
Del proprio petto e delle molte schiere
Che li seguíano, invitte alla paura?
Più che agli Achivi, a noi Giove per certo415
Consente la vittoria; ma chi fugge
Trepido e schiva di pugnar, la perde.
   Fisse a tai detti Enea lo sguardo in viso
Al saettante nume, e lo conobbe;
E d’Ettore alla volta alzando il grido,420