Pagina:Iliade (Monti).djvu/47

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36 iliade v.279

O ritegno o pudor le vomitava
Contro i re tutti; e quanto a destar riso280
Infra gli Achivi gli venía sul labbro,
Tanto il protervo beffator dicea.
Non venne a Troia di costui più brutto
Ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta
Gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso285
Di raro pelo. Capital nemico
Del Pelíde e d’Ulisse, ei li solea
Morder rabbioso: e schiamazzando allora
Colla stridula voce lacerava
Anche il duce supremo Agamennóne,290
Sì che tutti di sdegno e di corruccio
Fremean; ma il tristo ognor più forti alzava
Le rampogne e gridava: E di che dunque
Ti lagni, Atride? che ti manca? Hai pieni
Di bronzo i padiglioni e di donzelle,295
Delle vinte città spoglie prescelte
E da noi date a te primiero. O forse
Pur d’auro hai fame, e qualche Teucro aspetti
Che d’Ilio uscito lo ti rechi al piede,
Prezzo del figlio da me preso in guerra,300
Da me medesmo, o da qualch’altro Acheo?
O cerchi schiava giovinetta a cui
Mescolarti in amore alla spartita?
Eh via, che a sommo imperador non lice
Scandalo farsi de’ minori. Oh vili,305
Oh infami, oh Achive, non Achei! Facciamo
Vela una volta; e qui costui si lasci
Qui lui solo a smaltir la sua ricchezza,
Onde a prova conosca se l’aita
Gli è buona o no delle nostr’armi. E dianzi310
Nol vedemmo pur noi questo superbo
Ad Achille, a un guerrier che sì l’avanza