Pagina:Iliade (Monti).djvu/48

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v.313 libro secondo 37

Di fortezza, far onta? E dell’offeso
Non si tien egli la rapita schiava?
Ma se d’Achille il cor di generosa315
Bile avvampasse, e un indolente vile
Non si fosse egli pur, questo saría
Stato l’estremo de’ tuoi torti, Atride.
   Così contra il supremo Agamennóne
Impazzava Tersite. Gli fu sopra320
Repente il figlio di Laerte, e torvo
Guatandolo gridò: Fine alle tue
Faconde ingiurie, ciarlator Tersite.
E tu sendo il peggior di quanti a Troia
Con gli Atridi passâr, tu audace e solo325
Non dar di cozzo ai re, nè rimenarli
Su quella lingua con villane aringhe,
Nè del ritorno t’impacciar, chè il fine
Di queste cose al nostro sguardo è oscuro,
Nè sappiam se felice o sventurato330
Questo ritorno rïuscir ne debba.
Ma di tue contumelie al sommo Atride
So ben io lo perchè: donato il vedi
Di molti doni dagli achivi eroi,
Per ciò ti sbracci a maledirlo. Or io335
Cosa dirotti che vedrai compiuta.
Se com’oggi insanir più ti ritrovo,
Caschimi il capo dalle spalle, e detto
Di Telemaco il padre io più non sia,
Mai più, se non t’afferro, e delle vesti340
Tutto nudo, da questo almo consesso
Non ti caccio malconcio e piangoloso.
   Sì dicendo, le terga gli percuote
Con lo scettro e le spalle. Si contorce
E lágrima dirotto il manigoldo345
Dell’aureo scettro al tempestar, che tutta