Pagina:Iliade (Monti).djvu/476

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
v.659 libro decimosettimo 143

Tal, dato un salto, supin cadde Aréto,
E tra le rotte viscere l’acuta660
Asta tremando gli rapì la vita.
   Fe’ contra Automedonte Ettore allora
La sua lancia volar; ma visto il colpo,
Quegli curvossi, e la schivò. Gli rase
Le terga il telo, e al suol piantossi; il fusto665
Tremonne, e quivi ogn’impeto consunto,
La valid’asta s’acchetò. Qui tratte
Le fiere spade a più serrato assalto
I due prodi venían, se quegli ardenti
Spirti repente non spartían gli Aiaci670
D’Automedonte accorsi alla chiamata.
Venir li vide fra la turba Ettorre,
E con Crómio di nuovo e con Enea
Paventoso arretrossi, il lacerato
Giacente Aréto abbandonando. Corse675
Sull’esangue il veloce Automedonte,
Dispogliollo dell’armi, e glorïando
Gridò: Non vale costui certo il figlio
Di Menézio; ma pur del morto eroe
Questo ucciso mi tempra alquanto il lutto.680
   Sì dicendo, gittò le sanguinose
Spoglie sul carro, e tutto sangue ei pure
Mani e piè, vi salía pari a lïone
Che, divorato un toro, si rinselva.
   Affannosa, arrabbiata e lagrimosa685
Sovra la salma di Patróclo intanto
Si rinforza la pugna, e la raccende
Palla Minerva, ad animar gli Achivi
Dall’Olimpo discesa; e la spedía
Cangiato di pensiero il suo gran padre.690
Come quando dal ciel Giove ai mortali
Dell’Iride dispiega il porporino