Pagina:Iliade (Monti).djvu/494

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v.252 libro decimottavo 161

Armi: e che d’armi or io mi cinga il vieta
La cara madre, se lei pria non veggio
Da Vulcano tornar, come promise,
Di leggiadra armatura apportatrice?255
Di qual altra famosa or mi vestire
Al bisogno non so, tranne lo scudo
Dell’egregio figliuol di Telamone.
Ma pur egli, mi spero, in questo punto
Sta combattendo pel mio spento amico.260
   E a lui di nuovo la taumánzia figlia:
Noto è ben anco a noi che le tue belle
Armi or sono d’altrui. Ma su la fossa
Anco inerme ti mostra all’inimico.
Lascerà spaventato la battaglia265
Solo al vederti, e respirar potranno
I travagliati Achei. Salute è spesso
Nel calor della pugna un sol respiro.
   Così disse, e disparve. In piedi allora
Rizzossi Achille amor di Giove, e tutto270
Coll’egida Minerva il ricoperse.
D’un’aurea nube gli fasciò la fronte,
Ed una fiamma dalla nube uscía,
Che dintorno accendea l’aria di luce.
Siccome quando al ciel s’innalza il fumo275
D’isolana città, cui d’aspro assedio
Cinge il nemico: con orrendo marte
Combattono dal muro i cittadini
Finchè gli alluma il Sol; poi quando annotta,
Destan fuochi frequenti alle vedette,280
E al ciel ne sbalza uno splendor che manda
Ai convicini del periglio il segno,
Se per sorte venir con pronte antenne
Volessero in aita: a questo modo
Dalla testa d’Achille alta alle stelle285