Pagina:Iliade (Monti).djvu/505

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172 iliade v.626

Pátroclo, e al campo l’invïò seguíto
Da molti prodi. Su le porte Scee
Tutto un giorno durò l’aspro conflitto.
E il dì stesso Ilïon saría caduto,
S’alta strage menar visto il gagliardo630
Di Menézio figliuol, non l’uccidea
Tra i combattenti della fronte Apollo,
Esaltandone Ettorre. Or io pel figlio
Vengo supplice madre al tuo ginocchio,
Onde a conforto di sua corta vita635
Di scudo e d’elmo provveder tu il voglia,
E di forte lorica e di schinieri
Con leggiadro fermaglio. A lui perdute
Ha tutte l’armi dai Troiani ucciso
Il suo fedel compagno, ed egli or giace640
Gittato a terra, e dal dolore oppresso.
   Tacque; e il mal fermo Dio così rispose:
Ti riconforta, o Teti, e questa cura
Non ti gravi il pensier. Così potessi
Alla morte il celar quando la Parca645
Sul capo gli starà, com’io di belle
Armi fornito manderollo, e tali
Che al vederle ogni sguardo ne stupisca.
   Lasciò la Dea, ciò detto, e impazïente
Ai mantici tornò, li volse al fuoco,650
E comandò suo moto a ciascheduno.
Eran venti che dentro la fornace
Per venti bocche ne venían soffiando,
E al fiato, che mettean dal cavo seno,
Or gagliardo or leggier, come il bisogno655
Chiedea dell’opra e di Vulcano il senno,
Sibilando prendea spirto la fiamma.
In un commisti allor gittò nel fuoco
Argento ed auro prezïoso e stagno