Pagina:Iliade (Monti).djvu/519

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186 iliade v.218

Il mietitor, se Giove, arbitro sommo
Di nostre guerre, le bilance inclina.
Pianger col ventre non si dee gli estinti;220
E qual respiro il pianto avrìa se mille
Fa caderne la Parca ogni momento?
Intero un sole al lagrimar si doni,
Poi con coraggio, chi morì s’intombi:
E noi che vivi della mischia uscimmo225
Confortiamci di cibo, onde più fieri
D’invitto ferro ricoperti il petto
Alla pugna tornar, senza che sia
Mestier novello incitamento. E guai
A chi terrassi su le navi inerte,230
Mentre gli altri animosi ad acre assalto
Contra i Teucri dal vallo irromperanno!
Disse, e compagni i due figliuoi si prese
Di Nestore, e Toante e Merïone
E il Filìde Megète e Melanippo235
E Licomede di Creonte. Andaro
D’Atride al padiglion, presti il comando
N’adempiro, e arrecâr le già promesse
Cose; sette treppiè, venti lebèti,
Dodici corridori; indi prestanti240
D’ingegno e di beltà sette captive.
La figlia di Brisèo, guancia rosata,
Ottava ne venìa. Li precedea
Con dieci di buon peso aurei talenti
Ulisse, e lo seguìan con gli altri doni245
Gli altri giovani achei. Deposto il tutto
Nell’assemblea, levossi Agamennóne;
E Taltìbio di voce a un Dio simìle
Irto cinghial gli appresentò. Fuor trasse
Il sospeso del brando alla vagina250
Trafier l’Atride, e della belva i primi