Pagina:Iliade (Monti).djvu/520

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v.252 libro decimonono 187

Peli recisi, alzò le palme, e a Giove
Pregò. Sedeansi tutti in riverente
Giusto silenzio per udirlo; ed egli
Guardando al cielo e supplicando disse:255
   Il sommo ottimo Iddio, la Terra, il Sole,
E l’Erinni laggiù gastigatrici
Degli spergiuri, testimon mi sieno
Che per desío lascivo unqua io non posi
Sopra la figlia di Briséo le mani,260
E che la tenni nelle tende intatta.
Mi mandino, s’io mento, ogni castigo
Serbato al falso giurator gli Dei.
   Disse, e l’ostia scannò; poscia ne’ vasti
Gorghi marini la scagliò l’araldo,265
Pasto de’ pesci. Allor rizzossi Achille
E sclamò: Giove padre, oh di che danni
Tu ne gravi! Non mai m’avría l’Atride
Mosso all’ira, nè mai per farmi oltraggio
Rapita a mio mal grado egli la schiava:270
Ma tu il volesti, Iddio, tu che di tanti
Achei la morte decretavi. Or voi
Itene al cibo, e all’armi indi si voli.
   Disse, e sciolto il consesso, alla sua nave
Si disperse ciascun. Ma co’ presenti275
I Mirmidóni s’avvïâr d’Achille
Verso le tende, e li posâr, schierando
Su bei seggi le donne; e nell’armento
Fur dai sergenti i corridor sospinti.
Di beltà simigliante all’aurea Venere280
Come vide Brisëide del morto
Pátroclo le ferite, abbandonossi
Sull’estinto, e ululava e colle mani
Laceravasi il petto e il delicato
Collo e il bel viso, e sì dicea plorando:285