Pagina:Iliade (Monti).djvu/524

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v.386 libro decimonono 191

Ch’alto il solleva. Alfin dal suo riservo
Cavò l’immensa e salda asta paterna,
Cui nullo Achivo palleggiar potea
Tranne il Pelíde, frassino d’eroi
Sterminatore, da Chiron reciso390
Su le pelíache vette, e dato al padre.
   Alcímo intanto e Automedonte aggiogano
Di belle barde adorni e di bei freni
I cavalli: e allungate ai saldi anelli
Le guide, e tolta nella man la sferza,395
Salta sul cocchio Automedón. Vi monta
Dopo, raggiante come Sole, Achille
Tutto presto alla pugna, e con tremenda
Voce ai paterni corridor sì grida:
Xanto e Bálio a Podarge incliti figli,400
Sia vostra cura in salvo ricondurre
Sazio di stragi il signor vostro; e morto
Nol lasciate colà come Patróclo.
   Chinò la testa l’immortal corsiero
Xanto: diffusa per lo giogo andava405
Fino a terra la chioma, ed ei da Giuno
Fatto parlante udir fe’ questi accenti:
   Achille, in salvo questa volta ancora
Ti trarremo noi, sì; ma ti sovrasta
L’ultim’ora, nè fia nostra la colpa,410
Ma di Giove e del Fato. Se dell’armi
Spogliâr Patroclo i Troi, non accusarne
Nostra pigrizia e tardità, ma il forte
Di Latona figliuolo. Ei nella prima
Fronte l’uccise, e dienne a Ettór la palma.415
Noi Zefiro sfidiamo, il più veloce
De’ venti, al corso; ma nel Fato è scritto
Che un Dio te domi ed un mortal... Troncaro
L’Erinni i detti. E a lui l’irato Achille: