Pagina:Iliade (Monti).djvu/542

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v.527 libro ventesimo 209

L’eroe troiano, non pensar di darmi
Per minacce terror come a fanciullo,
Chè oprar so l’armi della lingua io pure,
E conosco tue forze, e mi confesso530
Men valente di te: ma in grembo ai numi
Sta la vittoria, ed avvenir può forse
Ch’io men prode dal sen l’alma ti svelga.
Affilata ha la punta anche il mio telo.
Disse, e l’asta scagliò: ma dal divino535
Petto d’Achille la svïò Minerva
Con levissimo soffio. Risospinta
Dall’alito immortal, l’asta ritorno
Fece ad Ettorre, e al piè gli cadde. Allora
Con orribile grido disserrossi540
Furibondo il Pelíde, impazïente
Di trucidarlo. Ma gliel tolse Apollo,
Lieve impresa ad un Dio, tutto coprendo
Di folta nebbia Ettór. Tre volte Achille
Coll’asta l’assalì, tre volte un vano545
Fumo trafisse, e con furor venendo
Il divino guerriero al quarto assalto,
Minaccioso tuonò queste parole:
Cane troian, di nuovo ecco fuggisti
L’estremo fato che t’avea raggiunto,550
E Febo ti scampò, quel Febo a cui
Tra il sibilo dei dardi alzi le preci.
Ma s’altra volta mi darai nell’ugna,
E se a me pure assiste un qualche iddio,
Ti finirò. Di quanti in man frattanto555
Mi verranno de’ tuoi farò macello.
   Così dicendo, a Drïope sospinse
Sotto il mento la picca, e questi al piede
Gli traboccò. Così lasciollo, e ratto
Scagliandosi a Demúco, un grande e prode560