Pagina:Iliade (Monti).djvu/548

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v.50 libro ventesimoprimo 215

Ne’ paterni poderi un’altra volta,50
Venutovi notturno, egli l’avea
Sorpreso e seco a viva forza addutto
Mentre inaccorto con tagliente accetta
I nuovi rami recidendo stava
Di selvatico fico, onde foggiarne55
Di bel carro il contorno: all’improvvista
Gli fu sopra in quell’opra il divo Achille,
Che trattolo alle navi in Lenno il cesse
Per prezzo al figlio di Giasone Eunéo.
Ospite poi d’Eunéo con molti doni60
Ne fe’ riscatto l’imbrio Eezióne,
Che in Arisba il mandò. Di là fuggito
Nascostamente, alle paterne case
Avea fatto ritorno, e già la luce
Undecima splendea, che con gli amici65
Si ricreava di servaggio uscito;
Quando di nuovo il dodicesmo giorno
Un Dio nemico tra le mani il pose
Del terribile Achille, onde invïarlo
Suo malgrado alle porte atre di Pluto.70
Riguardollo il Pelíde; e siccom’era
Nudo la fronte (chè celata e scudo
E lancia e tutto avea gittato oppresso
Dalla fatica nel fuggir dal fiume,
E vacillava di stanchezza il piede),75
Lo riconobbe, e irato in suo cor disse:
   Quale agli occhi mi vien strano portento?
Che sì che i Teucri dal mio ferro ancisi
Tornan dall’ombre di Cocito al giorno!
Come vivo costui? come, venduto80
Già tempo in Lenno, del frapposto mare
Potè l’onda passar che a tutti è freno?
Or ben, dell’asta mia gusti la punta.