Pagina:Iliade (Monti).djvu/553

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Sangue lo sprizza, e dopo lui si figge220
Di maggior piaga desïoso in terra.
Fe’ secondo volar contro il nemico
La sua lancia il Pelíde, intento tutto
A trapassargli il cor, ma colse in fallo:
Colse la ripa, e mezzo infitto in quella225
Il gran fusto restò. Dal fianco allora
Trasse Achille la spada, e furibondo
Assalse Asteropéo che invan dall’alta
Sponda si studia di sferrar d’Achille
Il frassino: tre volte egli lo scosse230
Colla robusta mano, e lui tre volte
La forza abbandonò. Mentre s’accinge
Ad incurvarlo colla quarta prova
E spezzarlo, d’Achille il folgorante
Brando il prevenne arrecator di morte.235
Lo percosse nell’epa all’ombelico;
N’andâr per terra gl’intestini; in negra
Caligine ravvolti ei chiuse i lumi,
E spirò. L’uccisor gli calca il petto,
Lo dispoglia dell’armi, e sì l’insulta:240
   Statti così, meschino, e benchè nato
D’un fiume, impara che il cozzar co’ figli
Del saturnio signor t’è dura impresa.
Tu dell’Assio che larghe ha le correnti
Ti lodavi rampollo, ed io di Giove245
Sangue mi vanto, e generommi il prode
Eácide Peléo che i numerosi
Mirmidóni corregge, e discendea
Eaco da Giove. Or quanto è questo Dio
Maggior de’ fiumi che nel vasto grembo250
Devolvonsi del mar, tanto sua stirpe
La stirpe avanza che da lor procede.
Eccoti innanzi un alto fiume, il Xanto;