Pagina:Iliade (Monti).djvu/554

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v.254 libro ventesimoprimo 221

Di’ che ti porga, se lo puote, aita.
Ma che puot’egli contra Giove a cui255
Nè il regale Achelóo nè la gran possa
Del profondo Oceáno si pareggia?
E l’Oceán che a tutti e fiumi e mari
E fonti e laghi è genitor, pur egli
Della folgore trema, e dell’orrendo260
Fragor che mette del gran Giove il tuono.
   Sì dicendo, divelse dalla ripa
La ferrea lancia, e su la sabbia steso
L’esamine lasciò. Bruna il bagnava
La corrente, e famelici dintorno265
Affollavansi i pesci a divorarlo.
   Visto il forte lor duce Asteropéo
Cader domato dal Pelíde, in fuga
Spaventati si volsero i Peonii
Lungo il rapido fiume, flagellando270
Prontamente i corsier. Gl’insegue Achille
E Tersíloco uccide e Trasio e Mneso,
Enio, Midone, Astípilo, Ofeleste,
E più n’avría trafitti il valoroso,
Se irato il fiume dai profondi gorghi275
Non levava in mortal forma la fronte
Con questo grido: Achille, tu di forza
Ogni altro vinci, è ver, ma il vinci insieme
Di fatti indegni, e troppo insuperbisci
Del favor degli Dei che sempre hai teco.280
Se ti concesse di Saturno il figlio
Di tutti i Troi la morte, dal mio letto
Cacciali, e in campo almen fa tue prodezze.
Di cadaveri e d’armi ingombra è tutta
La mia bella corrente, ed impedita285
Da tante salme aprirsi al mar la via
Più non puote; e tu segui a farle intoppo