Pagina:Iliade (Monti).djvu/561

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228 iliade v.491

   La Dea l’intese, ed a Vulcan rivolta,
Férmati, disse, glorïoso figlio:
Dar cotanto martír non si conviene
Per cagion de’ mortali a un Immortale.
Spense Vulcano della madre al cenno495
Quell’incendio divino, e ne’ bei rivi
Retrograda tornò l’onda lucente.
   Domo il Xanto, quetârsi i due rivali,
Chè così Giuno comandò, quantunque
Calda di sdegno; ma tra gli altri numi500
Più tremenda risurse la contesa.
Scissi in due parti s’avanzâr sdegnosi
L’un contro l’altro con fracasso orrendo:
Ne muggì l’ampia terra, e le celesti
Tube squillâr: sull’alte vette assiso505
Dell’Olimpo n’udì Giove il clangore,
E il cor di gioia gli ridea mirando
La divina tenzone: e già sparisce
Tra gli eterni guerrieri ogn’intervallo.
Truce di scudi forator diè Marte510
Le mosse, e primo colla lancia assalse
Minerva, e ontoso favellò: Proterva
Audacissima Dea, perchè de’ numi
L’ire attizzi così? Non ti ricorda
Quando a ferirmi concitasti il figlio515
Di Tidéo Dïomede, e dirigendo
Della sua lancia tu medesma il colpo,
Lacerasti il mio corpo? Il tempo è giunto
Che tu mi paghi dell’oltraggio il fio.
   Sì dicendo, avventò l’insanguinato520
Marte il gran telo, e ne ferì l’orrenda
Egida che di Giove anco resiste
Alle saette. Si ritrasse indietro
La Diva, e ratta colla man robusta