Pagina:Iliade (Monti).djvu/563

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230 iliade v.559

Di Marte aiutatrice e mia rivale.
E noi, distrutte d’Ilïon le torri,560
Già poste l’armi da gran tempo avremmo.
   Udì la Diva dalle bianche braccia
Il motteggio, e sorrise. A Febo allora
Disse il sire del mar: Febo, già sono
Gli altri alle prese; e noi ci stiamo in posa?565
Ciò del tutto sconviensi; onta saría
Tornar di Giove ai rilucenti alberghi
Senza far d’armi paragon. Comincia
Tu minore d’età; chè non è bello
A me, più saggio e antico, esser primiero.570
Oh povero di senno e d’intelletto!
Non ricordi più dunque i tanti affanni
Che noi da Giove ad esular costretti
Intorno ad Ilio sopportammo insieme,
Noi soli e numi, allor che all’orgoglioso575
Laomedonte intero un anno a prezzo
Pattuimmo il servir? Duri comandi
Il tiranno ne dava. Ed io di Troia
L’alta cittade edificai, di belle
Ampie mura la cinsi, e di securi580
Baluardi; e tu, Febo, alle selvose
Idée pendici pascolavi intanto
Le cornigere mandre. Ma condotta
Dalle grate Ore del servir la fine,
Ne frodò la mercede il re crudele,585
E minaccioso ne scacciò, giurando
Che te di lacci avvinto e mani e piedi
In isola remota avría venduto,
E mozze inoltre ad ambeduo l’orecchie.
Frementi di rancor per la negata590
Pattuita mercede, immantinente
Noi ne partimmo. È questo forse il merto