Pagina:Iliade (Monti).djvu/564

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v.593 libro ventesimoprimo 231

Ch’or le sue genti a favorir ti move,
Anzi che nosco procurar di questi
Fedífraghi Troiani e de’ lor figli595
E delle mogli la total ruina?
   Possente Enosigéo, rispose Apollo,
Stolto davvero ti parrei se teco
A cagion de’ mortali io combattessi,
Che miseri e quai foglie or freschi sono,600
Or languidi e appassiti. Usciamo adunque
Del campo, e sia tra lor tutta la briga.
   Ciò detto, altrove s’avvïò, nè volle
Alle mani venir, per lo rispetto
Di quel Nume a lui zio. Ma la sorella605
Di belve agitatrice aspra Dïana
Con acri motti il rampognò: Tu fuggi,
Tu che lunge saetti? e tutta cedi
Senza contrasto al re Nettun la palma?
Vile! a che dunque nelle man quell’arco?610
Ch’io non t’oda più mai nella paterna
Reggia tra’ numi, come pria, vantarti
Di combattere solo il re Nettunno.
   Non le rispose Apollo; ma sdegnosa
Si rivolse alla Dea di strali amante615
La veneranda Giuno, e sì la punse
Con acerbo ripiglio: E come ardisci
Starmi a fronte, o proterva? Di possanza
Mal tu puoi meco gareggiar, quantunque
D’arco armata. Gli è ver che fra le donne620
Ti fe’ Giove un lïone, e qual ti piaccia
Ti concesse ferir. Ma per le selve
Meglio ti fia dar morte a capri e cervi,
Che pugnar co’ più forti. E se provarti
Vuoi pur, ti prova, e al paragone impara625
Quanto io sono da più. - Ciò detto, al polso