Pagina:Iliade (Monti).djvu/565

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232 iliade v.627

Colla manca le afferra ambe le mani,
Colla dritta dagli omeri le strappa
Gli aurei strali, e ridendo su l’orecchia
Li sbatte alla rival che d’ogni parte630
Si divincola; e sparse al suol ne vanno
Le aligere saette. Alfin di sotto
Le si tolse, e fuggì come colomba
Che da grifagno augel per venturoso
Fato scampata ad appiattarsi vola635
Nel cavo d’una rupe. Ella piangendo
Così fuggía, lasciate ivi le frecce.
   Parlò quindi a Latóna il messaggiero
Argicída: Latóna, io non vo’ teco
Cimentarmi; il pugnar colle consorti640
Del nimbifero Giove è dura impresa.
Va dunque; e franca fra gli eterni Dei
D’avermi vinto per valor ti vanta.
   Così dicea Mercurio, e quella intanto
Gli sparsi per la polve archi e quadrelli645
Raccogliea della figlia, e la seguía,
Chè all’Olimpo salita entro l’eterne
Stanze di Giove avea già messo il piede.
Su i paterni ginocchi lagrimando
La vergine s’assise, e le tremava650
L’ambrosio manto sul bel corpo. Il padre
La si raccolse al petto, e con un dolce
Sorriso dimandò: Chi de’ Celesti
Temerario t’offese, o mia diletta,
Come colta in error? - La tua consorte,655
Cinzia rispose, mi percosse, o padre,
Giunon che sparge fra gli Dei le risse.
   Mentre in cielo seguían queste parole,
Febo entrava nel sacro Ilio a difesa
Dell’alto muro, perocchè temea660