Pagina:Iliade (Monti).djvu/638

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v.387 libro ventesimoquarto 305

   Disse; e all’ancella dispensiera impose
Di versargli una pura onda alle mani;
E l’ancella appressossi, e colla manca
Sostenendo il bacin, versò coll’altra390
Da tersa idria l’umor. Lavato ei prese
L’offerta coppa, e ritto in piè nel mezzo
Dell’atrio, in atto supplicante alzati
Gli occhi al cielo, libò con questi accenti:
   Giove massimo Iddio, che glorïoso395
Dall’Ida imperi, fa che grato io giunga
Ad Achille, e pietà di me gl’ispira.
Mandami a dritta il tuo veloce e caro
Re de’ volanti, e ch’io lo vegga: e certo
Per lui del tuo favore, alle nemiche400
Tende i miei passi volgerò sicuro.
   Esaudì Giove il prego, e il più perfetto
Degli augurii mandò, l’aquila fosca,
Cacciatrice, che detta è ancor la Bruna.
Larghe quanto la porta di sublime405
Stanza regal spiegava il negro augello
Le sue vaste ali, dirigendo a destra
Sulla cittade il volo. Esilarossi
A tutti il core nel vederla. Il veglio
Montò il bel cocchio frettoloso, e fuora410
Dei risonanti portici lo spinse.
Traenti il plaustro precedean le mule
Dal saggio Idéo guidate, e lo seguiéno
Della biga i corsier che il re canuto
Per l’ampie strade colla sferza affretta.415
L’accompagnan piangendo i suoi più cari,
Come se a morte ei gisse. Alfin venuti
Alle porte, lasciârsi. Il re discese
Verso il campo nemico, e lagrimosi
Nella cittade ritornârsi i figli.420