Pagina:Iliade (Monti).djvu/640

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v.455 libro ventesimoquarto 307

Il terror gli arricciò su le canute455
Tempie le chiome, il brivido gli corse
Per le tremule membra; e stupidito
S’arrestò. Ma si fece innanzi il nume,
E presolo per mano interrogollo:
   Dove, o padre, dirigi esti corsieri460
Così pel buio della dolce notte
Mentre gli altri han riposo? E non paventi
I furibondi Achei, che ti son presso,
Fieri nemici? Se qualcun di loro
Per l’ombra oscura portator ti coglie465
Di quei tesori, che farai? Garzone
Tu non sei, nè cotesto che ti segue,
Onde far petto a chi t’assalti infesto.
Ma di me non temer, ch’io qui mi sono
In tuo danno non già, ma in tua difesa,470
Perocchè come padre a me sei caro.
   E Príamo a lui: La va, come tu dici,
Mio dolce figlio. Ma propizio ancora
Tien su me la sua mano un qualche iddio,
Che tal mi manda della via compagno475
Ben augurato, come te, di corpo
Bello e di volto, e di mirando senno,
E di beati genitor germoglio.
   Gli è ver, ti guarda un Dio, siccome avvisi
(Ripiglia il nume): ma rispondi, e schietto480
Parlami il vero. In regïon straniera
Porti tu forse, per salvarli, questi
Prezïosi tesori? O forse tutti
Di spavento compresi abbandonate
La città, da che spento è il tuo gran figlio485
Che a nullo Achivo di valor cedea?
   Oh chi se’ tu? riprese intenerito
L’esimio rege, chi se’ tu che parli