Pagina:Iliade (Monti).djvu/644

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v.591 libro ventesimoquarto 311

L’araldo, s’avvïò dritto d’Achille
Alle stanze riposte. Avea di Giove
L’eroe diletto in quel medesmo punto
Dato fine alla cena. I suoi sergenti
In disparte sedean. Soli al guerriero595
Ministravano in piedi Automedonte
Ed Alcimo, di Marte almo rampollo.
Tolta non era ancor la mensa, e ancora
Sedeavi Achille. Il venerando veglio
Entrò non visto da veruno, e tosto600
Fattosi innanzi, tra le man si prese
Le ginocchia d’Achille, e singhiozzando
La tremenda baciò destra omicida
Che di tanti suoi figli orbo lo fece.
   Come avvien talor se un infelice605
Reo del sangue d’alcun del patrio suolo
Fugge in altro paese, e ad un possente
S’appresentando, i riguardanti ingombra
D’improvviso stupor; tale il Pelíde
Del dëiforme Príamo alla vista610
Stupì. Stupiro e si guardaro in viso
Gli altri con muta maraviglia, e allora
Il supplice così sciolse la voce:
   Divino Achille, ti rammenta il padre,
Il padre tuo da ria vecchiezza oppresso615
Qual io mi sono. In questo punto ei forse
Da’ potenti vicini assedïato
Non ha chi lo soccorra, e all’imminente
Periglio il tolga. Nondimeno, udendo
Che tu sei vivo, si conforta, e spera620
Ad ogn’istante riveder tornato
Da Troia il figlio suo diletto. Ed io,
Miserrimo! io che a tanti e valorosi
Figli fui padre, ahi! più nol sono, e parmi