Pagina:Iliade (Monti).djvu/650

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v.795 libro ventesimoquarto 317

Perizia; e infissa negli spiedi, e quindi795
Ben rosolata la levâr dal foco.
Da nitido canestro Automedonte
Pose il pan su la mensa, ed il Pelíde
Spartì le carni. La man porse ognuno
Alle vivande apparecchiate, e spento800
Del cibarsi il desío, Príamo si pose
Maravigliando a contemplar d’Achille
Le divine sembianze, e quale e quanto
Il portamento. Stupefatto ei pure
Sul dardánide eroe tenea le luci805
Fisse il Pelíde, e il venerando volto
N’ammirava e il parlar pieno di senno.
   Come fur sazii del mirarsi, ruppe
Príamo il tacer: Preclaro ospite mio,
Mettimi or tosto a riposar, ch’io possa810
Gustar di dolce sonno alcuna stilla.
Dal dì che sotto la tua man possente
Il mio figlio spirò, mai non fur chiuse
Queste palpebre, mai; ch’altro non seppi
Da quel punto che piangere, ululare,815
Voltolarmi per gli atrii nella polve,
Mille ambasce ingoiando. Dopo tanto
Fiero digiuno, or ecco che gustato
Ho qualche cibo alfine e qualche sorso.
   Questo udendo, ai compagni ed all’ancelle820
Pronto il Pelíde comandò di porre
Nel padiglione esterïor due letti
Con distesi tappeti, e porporine
Belle coltrici, e vesti altre vellose
Da ricoprirsi. Obbedïenti al cenno825
Uscîr le ancelle colle faci in mano,
E tosto i letti apparecchiâr. Di lui
Sollecito il Pelíde, allor gli punse