Pagina:Iliade (Monti).djvu/91

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80 iliade v.556

A’ suoi passi la Dea. Poichè venute
Fur d’Alessandro alle splendenti soglie,
Corser di qua di là le scaltre ancelle
Ai donneschi lavori, ed ella intanto
Bellissima saliva e taciturna560
Ai talami sublimi. Ivi l’amica
Del riso Citerea le trasse innanzi
Di propria mano un seggio, e di rimpetto
Ad Alessandro il collocò. S’assise
La bella donna, e con amari accenti,565
Garrì, senza mirarlo, il suo marito:
   E così riedi dalla pugna? Oh fossi
Colà rimasto per le mani anciso
Di quel gagliardo un dì mio sposo! E pure
E di lancia e di spada e di fortezza570
Ti vantasti più volte esser migliore.
Fa cor dunque, va, sfida il forte Atride
Alla seconda singolar tenzone.
Ma t’esorto, meschino, a ti star queto,
Nè nuovo ritentar d’armi periglio575
Col tuo rivale, se la vita hai cara.
   Non mi ferir con aspri detti, o donna,
Le rispose Alessandro. Fu Minerva
Che vincitor fe’ Menelao, sol essa.
Ma lui del pari vincerò pur io,580
Ch’io pure al fianco ho qualche Diva. Or via
Pace, o cara, e ne sia pegno un amplesso
Su queste piume; chè giammai sì forte
Per te le vene non scaldommi Amore,
Quel dì nè pur che su veloci antenne585
Io ti rapía di Sparta, e tuo consorte
Nell’isola Crenea ti giacqui in braccio.
No, non t’amai quel dì quant’ora, e quanto
Di te m’invoglia il cor dolce desío.