Pagina:Iliade (Monti).djvu/96

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v.49 libro quarto 85

D’acerbe risse in avvenir non sia
Questo dissidio: ma riponi in petto50
Le mie parole. Se desío me pure
Prenderà d’atterrar qualche a te cara
Città, non porre a’ miei disdegni inciampo,
E liberi li lascia. A questo patto
Troia io pur t’abbandono, e di mal cuore;55
Chè, di quante città contempla in terra
L’occhio del sole e dell’eteree stelle,
Niuna io m’aggio più cara ed onorata
Come il sacro Ilïone e Priamo e tutta
Di Priamo pur la bellicosa gente:60
Perocchè l’are mie per lor di sacre
Opìíme dapi abbondano mai sempre,
E di libami e di profumi, onore
Solo alle dive qualità sortito.
   Compose a questo dir la veneranda65
Giuno gli sguardi maestosi, e disse:
Tre cittadi sull’altre a me son care
Argo, Sparta, Micene; e tu le struggi
Se odïose ti sono. A lor difesa
Nè man nè lingua moverò; chè quando70
Pure impedir lo ti volessi, indarno
Il tentarlo usciría, sendo d’assai
Tu più forte di me. Ma dritto or parmi
Che tu vano non renda il mio disegno,
Ch’io pur son nume, e a te comune io traggo75
L’origine divina, io dell’astuto
Saturno figlia, e in alto onor locata,
Perchè nacqui sorella e perchè moglie
Son del re degli Dei. Facciam noi dunque
L’un dell’altro il volere, e il seguiranno80
Gli altri Eterni. Or tu ratto invía Minerva
Fra i due commossi eserciti, onde spinga